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P.
ANTONIO PEROTTI è deceduto la mattina di sabato 4 settembre, colpito
da un infarto fulmineo a Piacenza, poco prima delle ore 7:00, mentre stava
per celebrare la S. Messa. Si era recato a Piacenza da Roma per le conferenze
che era solito dare ai partecipanti al corso di formazione permanente
scalabriniana nella Casa Madre dei Missionari Scalabriniani.
P. Antonio, che aveva compiuto 77 anni il 16 febbraio scorso e faceva
parte delle comunità di Piacenza e di Roma dove risiedeva alternativamente
per esplicitare il suo compito di Direttore dell’Istituto Storico
Scalabrini, affidatogli dal compianto Superiore generale P. Luigi Favero
il 15 maggio 1999.
Il funerale si è
celebrato nel Duomo di Piacenza, in una concelebrazione presieduta dal
Vescovo della città, Mons. Luciano Monari.
Tutti noi abbiamo un ricordo affettuoso e una grande stima per la personalità
e la competenza di P. Antonio.
La stima e l’affetto
che hanno caratterizzato il nostro rapporto con P. Antonio Perotti in
questi anni continueranno nel raccogliere e far fruttificare i suoi preziosi
insegnamenti e il suo esempio di laboriosità, di apertura di mente
e di cuore verso le donne e gli uomini di ogni etnia e cultura.
La vivace passione e l’impareggiabile competenza nei temi del dialogo
interculturale fanno di lui un intramontabile faro per la cultura europea
dei tempi attuali e futuri.
Affidiamo al Padre,
fonte della Vita e sorgente dell’Amore, l’anima del caro confratello
e chiediamo per lui la gioia e la pace eterna.
Messa
Esequie
di Padre Antonio Perotti
missionario scalabriniano
Piacenza,
6 Settembre 2004
Letture:
2 Corinzi (4, 7–18; 5, 1); Luca (10, 25–37).
Introduzione
Padre Sisto Caccia,
Superiore Missionari Scalabriniani
di Piacenza
Siamo
qui convenuti in assemblea liturgica per celebrare la Pasqua di P. Antonio
Perotti, dopo l’ultimo “sì” che ha detto al suo
Signore improvvisamente sabato mattina, 4 settembre nel 60° anniversario
della sua 1ª professione religiosa, mentre si apprestava alla Celebrazione
dell’Eucaristia. Il Signore lo ha voluto accanto a sé nel
Regno. E noi abbiamo chinato la testa per restare fedeli alla sequela
del Signore.
P. Antonio nasce a Piacenza il 16 febbraio 1927 da Giovanni e Adele Libelli,
5° di 10 fratelli; famiglia di sostanzioso spessore di fede, e di
artisti noti ed apprezzati nel campo della scultura e della musica.
Il 14 luglio 1938 muore suo fratello Luigi, quattordicenne, già
“aspirante scalabriniano”, come è scritto nell’immaginetta
ricordo. E Antonio prende il suo posto.
In 53 anni di sacerdozio (ordinato a Roma l’8 luglio 1951 dal Card.
Adeodato Piazza – il 50° celebrato qui a Piacenza nella sua
Parrocchia del Santo Sepolcro) P. Antonio ha svolto una attività
culturale di prim’ordine, sostenuta da un profondo spirito di umanità,
da una singolare intelligenza, da vasta cultura, e da una concreta determinazione
che lo hanno reso preziosissimo soggetto al servizio della Congregazione
Scalabriniana e dell’emigrazione.
Punto di riferimento preciso era il Beato G. B. Scalabrini - Vescovo di
questa Chiesa e Fondatore delle Famiglie Scalabriniane. Dal carisma del
Fondatore e della Fondazione ne sottolineava l’intuizione profetica
e gli interventi propositivi che Scalabrini aveva immesso nella realtà
ecclesiale nel modo di vedere e servire pastoralmente le migrazioni umane.
Presso la Pontificia Università Gregoriana ha conseguito la licenza
in filosofia, la laurea in teologia – Summa cum laude –
sull’Atteggiamento dei sindacati nordamericani verso l’emigrazione
negli anni 1850-1950. A Lovanio in Belgio frequenta la facoltà
di sociologia e in previsione della laurea tratta il tema Le previsioni
dell’emigrazione italiana dopo l’applicazione del mercato
comune.
Fu per alcuni anni docente ed educatore in Casa Madre a Piacenza, ma ben
presto le sue doti umane e i suoi interessi e qualità culturali
lo condussero ad impegni di più alto respiro.
Presso la Concistoriale – Congregazione dei Vescovi – fu aiutante
di studio nell’Ufficio migrazioni; Consigliere generale della Congregazione
Scalabriniana; membro dal 1964 al 1974 dello CSER –Centro studi
Emigrazione di Roma; a Parigi nel 1975 da vita al CIEMI – Centro
studi di Parigi – di cui fu direttore fino al 1995; incaricato dalla
Santa Sede presso il Comitato Europeo per le Migrazioni del Consiglio
d’Europa.
Un impegno di maggior prestigio, svolto in questi cinquant’anni,
è costituito dalla mole di scritti-articoli, servizi, studi di
approfondimento, saggi da lui redatti e pubblicati su giornali, riviste
e periodici di diverso genere. Negli ultimi anni ha privilegiato l’attenzione
agli aspetti interculturali della mobilità umana che gli ha meritato
la laurea honoris causa dell’università di Lisbona,
in Portogallo.
Ultimamente
era Direttore dell’Istituto Storico Scalabrini della Congregazione
e aveva abbozzato un progetto di vasto respiro. Inoltre, aveva avviato
la realizzazione del 2° Convegno internazionale da tenersi qui a Piacenza
nel novembre 2005, per la Celebrazione del Centenario Scalabriniano.
Padre Antonio fu il primo piacentino a ricevere l’ “Angil
dal dom”.
In questi ultimi tre anni la comunità della Casa Madre ha condiviso
con questo amabile e saggio confratello un bellissimo tratto di strada,
e insieme abbiamo fatto sogni per intensificare e qualificare la nostra
presenza nel contesto di questa Chiesa di Piacenza-Bobbio che voleva fosse
privilegiata dei nostri servizi. nel quadro delle Celebrazioni per il
centenario della morte del Beato Scalabrini. Un centenario al quale Padre
Antonio parteciperà dal Cielo accanto al suo Fondatore, che ha
tanto bene conosciuto con le sue ricerche e fatto conoscere con i suoi
scritti.
Il Signore ci sia propizio e ci faccia dono di sentire viva tra noi la
presenza illuminante di P. Antonio.
Mons.
Luciano Monari,
Vescovo di Piacenza-Bobbio
Inizio
della Celebrazione Eucaristica
La Chiesa piacentino-bobbiense è vicina con tutto l’affetto
e con tutto il cuore alla amatissima Famiglia Scalabriniana per questo
lutto e per la sofferenza e ferita che un distacco come questo comporta.
E insieme con tutti gli Scalabriniani vogliamo presentare al Signore la
vita di padre Antonio Perotti, che il Signore l’accolga e lo ricompensi
di tutto il servizio che ha fatto ai migranti, ai fratelli del Signore.
Chiediamo con umiltà, come sempre all’inizio della Messa,
il perdono dei nostri peccati.
Omelia
1. Noi accettiamo di portare la morte tutti i giorni, in noi stessi,
perché in voi possa operare la vita che viene da Cristo e dal Vangelo.
È sempre motivo di sgomento doverci confrontare con la morte, perché
è un confronto scontato nel quale usciamo sconfitti. È una
partita in perdita, sembra di potere confessare solo la propria impotenza,
perché di fronte alla morte anche l’arte e la tecnica, anche
l’affetto, anche i sogni dell’uomo debbono riconoscere di
essere stati sconfitti.
Eppure, la Liturgia una parola ce la dona.
Ce la dona san Paolo facendo riferimento alla sua esperienza di apostolo.
È Apostolo, quindi portatore del Vangelo, e il Vangelo –
dice Paolo – è forza potente e irresistibile di Dio (cfr.
2 Cor 4, 7). E verrebbe da immaginare che chi è “portatore
della forza irresistibile di Dio” si debba presentare anche lui
come potente e glorioso, come uno che si afferma contro tutte le potenze
del mondo. Invece no, invece Paolo è tribolato, sconvolto, perseguitato
(cfr. 2 Cor 4, 8–9).
E
spiega il perché, dice: “Abbiamo un tesoro di potenza straordinaria,
ma lo portiamo in vasi di creta, perché sia evidente a tutti che
il tesoro non siamo noi – noi siamo vasi di creta che si spezzano
facilmente; ma il tesoro, la potenza straordinaria, ha un’altra
origine, viene da un’altra sorgente” (cfr. 2 Cor 4, 7).
“Noi, dice Paolo, portiamo la morte di Gesù sempre e dovunque,
non quindi solo una volta per tutte, ma continuamente nella esistenza
di tutti i giorni” (cfr. 2 Cor 4, 10).
S’intende (che), questa morte che Paolo porta continuamente nella
sua vita, si lega al fatto che è Apostolo: quindi non cerca niente
per sé, non vive in funzione di sé, della sua affermazione,
ma in funzione degli altri, e si assume tutta la fatica e la tribolazione
che accompagnano il servizio del Vangelo. E questo (poi) dice: Perché
in voi possa operare la vita. Noi accettiamo di portare la morte tutti
i giorni, in noi stessi, perché in voi possa operare la vita che
viene da Cristo e dal Vangelo (cfr. 2 Cor 4, 11–12).
2.
La morte di padre Perotti non è inattesa: “Noi portiamo sempre
e dovunque la morte di Gesù”.
La morte di padre Perotti ci colpisce come improvvisa: sabato mattina
u.s., mentre stava preparandosi a celebrare l’Eucaristia: improvvisa!
È anche inattesa? No! Credo bisogna dire di no. Perché vale
per lui quello che dice san Paolo: “Noi portiamo sempre e dovunque
la morte di Gesù”.
È stato ricordato che, quando sessanta anni fa è entrato
negli Scalabriniani, ha fatto la sua prima professione religiosa. Che
cosa ha significato quello, se non mettere in gioco la sua vita, e dire:
“la mia vita non mi appartiene più, appartiene a un altro,
al Signore, che della mia vita farà quello che desidera”.
Allora, era un cominciare a morire!
E quando nella sua esistenza ha lavorato per i migranti… “Per
i migranti” vuole dire: non per sé, non per diventare ricco
o famoso, ma perché qualcun altro potesse vivere in modo umano;
il suo lavoro, il suo servizio, la sua ricerca, il suo studio, sono stati
per questo.
Dunque, padre Perotti la morte di Cristo l’ha portata con sé
sempre.
Vale per lui quello che Paolo scrive ai Colossesi 3, 3–4, quando
dice:
«Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta
con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita,
allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria».
La sua esistenza ormai era consegnata al Signore.
3.
Quello che cerchiamo è il Signore e in questo lo spirito può
rinnovarsi di giorno in giorno
Allora per questo, come dice Paolo, anche noi credenti, possiamo parlare:
«Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto:
Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò
parliamo» (2 Cor 4, 13).
Anche di fronte alla morte, la morte non riesce a chiuderci la bocca del
tutto. La morte soffoca molte delle nostre parole, molte delle nostre
chiacchiere. Ma per fortuna abbiamo una Parola che la morte non soffoca:
quella Parola che è la resurrezione e la speranza, non è
una parola nostra – sarebbe presunzione potere dire qualche cosa
di fronte alla morte –, è parola di Dio e quindi è
fede e fiducia.
Dice Paolo:
«Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore
si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno»
(2 Cor 4, 16).
“Si va disfacendo”, vuole dire: quel germe di morte che biologicamente
ci portiamo dentro poco alla volta si manifesta sempre più intenso,
sempre più forte. Ma questo non distrugge nulla della nostra vita,
perché noi non siamo attaccati al mondo e non siamo attaccati al
corpo biologico. Dentro a questo mondo, dentro al nostro corpo, quello
che cerchiamo non è il successo o il riconoscimento e nemmeno la
perfezione della salute e della bellezza, quello che cerchiamo è
il Signore e in questo lo spirito può rinnovarsi di giorno in giorno.
4.
Padre Perotti sta dentro la gente che lui ha amato, perché lì
c’è il suo amore e il suo desiderio di incontrare e di
servire e di amare Gesù Cristo negli altri.
Padre Perotti è stato, si potrebbe dire, "qualcuno" nel
mondo, una laurea honoris causa di una università non
è cosa da poco, non succede a tanti; i suoi studi sono stati significativi
e importanti dal punto di vista scientifico.
Ma credo che si possa dire che lui non sta dentro ai suoi studi.
Si potrebbe dire meglio che lui sta dentro la gente che lui ha amato,
dentro la gente che ha servito, dentro ai migranti, lì c’è
lui, lì c’è la sua vita, perché lì
c’è il suo amore e il suo desiderio, il desiderio di incontrare
e di servire e di amare Gesù Cristo negli altri.
Credo che per questo la sua esistenza ci rimanga come uno stimolo, come
un modello.
5.
Di fronte la tribolazione si può reagire trasformando la tribolazione
di tutti i giorni in amore, in servizio agli altri; e il senso della vita
di P. Perotti è stato il prendersi cura di qualcuno bisognoso.
San Paolo parla, nel brano che abbiamo letto, molte volte di tribolazioni,
dice che la nostra vita comporta inevitabilmente un peso di tribolazione,
che lui chiama leggero, perché lo confronta con la «quantità
smisurata ed eterna di gloria» (cfr. 2 Cor 4, 17), perché
spiega:
«perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili,
ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle
invisibili sono eterne» (2 Cor 4, 18).
La tribolazione poco o tanto accompagna la vita di ogni uomo, e di fronte
alla tribolazione si può reagire in due modi.
• Si può cercare quello che si chiama il “divertimento”.
“Divertimento” vuole dire: guardare da un’altra parte,
fare finta di niente, cercare qualche cosa che anestetizza, che non ci
faccia sentire la tribolazione, la solitudine o l’angoscia o il
peso, perché la vita è pesante. È un modo.
• Ma c’è un altro modo, quello che Paolo ricorda, di
trasformare la tribolazione in gloria, cioè in vita, e vita luminosa,
e vita ricca, vita gloriosa. Come? Con la mente? Cioè immaginando
l’aldilà o pensando di vivere già nell’aldilà?
No, trasformando la tribolazione di tutti i giorni in amore, in servizio
agli altri, nel prendersi cura degli altri.
Abbiamo ascoltato la parabola del “buon samaritano” ed è
tutto lì il significato della vita di padre Perotti: “in
quel prendersi cura di un ferito che si trova al lato della strada”;
ha bisogno che qualcuno disinfetti le sue ferite, che qualcuno lo porti
all’ospedale; ebbene lì c’è “un samaritano
che si piega”. E il senso della vita di Padre Perotti è questo:
prendersi cura di qualcuno bisognoso.
6.
Quando noi ci prendiamo cura di qualcuno, Dio si prende cura di noi: dare
alla nostra vita una speranza che va oltre la morte.
E se ha ragione san Paolo, quando noi ci prendiamo cura di qualcuno, Dio
si prende cura di noi, alla nostra vita ci pensa Lui. E quel “prendersi
cura di noi” vuole dire: dare alla nostra vita una speranza che
va oltre la morte.
Perché i nostri servizi si fermano di fronte alla morte, ma il
servizio di Dio no, Dio è più grande: «riceveremo
una abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo,
nei cieli» (2 Cor 5, 1).
Si potrebbe dire con la Lettera agli Ebrei (cfr. Eb 11, 13–16) che,
come Abramo, anche noi siamo chiamati ad abbandonare la nostra patria,
a vivere la vita come un processo di allontanamento da noi stessi e da
quello che è nostro, per andare incontro agli altri, “sapendo
e sperando che al traguardo della nostra vita sia il Signore a darci una
casa nuova, una patria nuova, una abitazione nuova. Non una abitazione
nel mondo, ma una abitazione non costruita da mani d’uomo, costruita
dall’amore e dalla fedeltà di Dio”.
Ed è quello che noi preghiamo e chiediamo per padre Antonio.
* Cv. Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno
stile didattico e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.
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